giovedì, 19 novembre 2009

MI SERVI PER FARMI DEL MALE


vittima e carnefice
 
Vittima e carnefice. Se osserviamo questa foto, a una prima lettura vediamo in atto un gesto violento, minaccioso. La donna appare soccombere, l’uomo sembra sul punto di avere la meglio. È una posizione in cui lei è fragile, l’altro ha in mano l’arma, la tiene ferma, è il più forte e ha il potere nella situazione. Tuttavia la disparità, ad un’analisi più approfondita, è soltanto apparente. Entrambi sono necessari all’altro per esistere e poter agire il proprio ruolo. La vittima sembra avvinghiata al suo carnefice, è aggrappata a lui, soffre, ma questa sofferenza spesso è voluta, necessaria alla vittima. E per poter perpetrare la sua sofferenza l’uomo le è indispensabile. La loro unione è fortissima, lo si può vedere nei loro sguardi, ipnotici, invischiati. Il resto del mondo è marginale, tutto ruota attorno a questa danza. Da parte sua egli esiste in questo abbraccio, assume un ruolo, un’importanza grazie a lei, che lo legittima. Il loro abbraccio acquisisce in quest’ottica tutt’altro significato, e la forza del legame appare così indissolubile. L’odio crea relazioni inossidabili, la rabbia è un gancio che unisce, e finché in una relazione c’è rancore, livore o aggressività c’è indubbiamente energia. Uno getta l’esca, l’altro abbocca all’amo. Tutti e due si nutrono in questa dimensione emotiva. Finché sussistono emozioni la relazione sopravvive, anche negativamente. Soltanto quando i due si sentiranno neutri l’uno verso l’altro, la dinamica si potrà interrompere. Ma se il fiume di azione/ reazione persiste, i due si alimentano dell’energia dell’altro. La vittima userà il carnefice come proiettore per i propri fantasmi, come pattumiera emotiva, come catalizzatore di tutti i mali. Il carnefice crede di massacrare l’altro, che vede fragile, sbagliato, da cambiare, da distruggere. Ma non lo farà, lo terrà attentamente in vita, perché finirebbe lo scopo della sua vita. Anzi la vittima va ravvivata, va trattenuta. Il carnefice teme l’abbandono della sua vittima, ha il terrore che lei se ne vada. Ogni tanto le dà riconoscimento, la lusinga. Le dà amore, per poi toglierlo. Dal canto suo la vittima disambigua tutti questi messaggi impliciti, resta avvinghiata, aspetta che arrivi lo zuccherino seguito dalle “percosse”. Eros e Thanatos corrono intrecciati e implacabili, inscindibili. La loro è una forte dipendenza, il piacere della vittima è occulto e sottile, quello dell'altro è più evidente. 
 
Così i due attori negoziano i propri ruoli, li pattuiscono, assumendo così posizioni complementari.  E spesso le posizioni si ribaltano, si alternano, si rovesciano, si mischiano e  confluiscoo una nell’altra.
 
Per assurdo nelle dinamiche relazionali, a livello simbolico, chi detiene davvero il potere è la vittima, che in apparenza soffre così tanto. Il carnefice è solo un mezzo, un funtore, che permette alla vittima di raggiungere il suo obiettivo: soffrire. La vittima ha il suo disegno, la sua profezia da realizzare, la sua idea del mondo. L’altro gli serve per verificare l’idea che lei ha di se stessa, e fa in modo che egli, l’altro, faccia esattamente ciò che lei si aspetta: le faccia male. Il carnefice ha altrettanto bisogno della vittima per illudersi di essere importante, è lei che fornisce attribuzione di significato al suo ruolo. Senza la vittima il carnefice non esiste, non è nessuno. E la vittima è totalmente ammaliata e affascinata dal suo carnefice, egli diventa pretesto per proiettare i propri mostri irrisolti, incarna l’archetipo del male, e impersonifica le proprie parti persecutorie interiori. Entrambi non possono realizzare l’idea che hanno di se stessi senza l’altro.

Ameya G. Canovi
 
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categorie: vittima e carnefice, dinamiche nella relazione
giovedì, 12 novembre 2009

SAPER SORRIDERE DI SE STESSI




sirena2




Qualche tempo fa, sulla vetrina di una palestra, comparve un manifesto
che rappresentava una ragazza spettacolare, accompagnata dalla scritta















Balena









'QUEST'ESTATE VUOI ESSERE SIRENA O BALENA ?'.



Si dice che una donna, di cui non ci è pervenuta la tipologia fisica
ha risposto alla domanda in questi termini :


'Egregi signori, le balene sono sempre circondate da amici (delfini,
foche, umani curiosi), hanno una vita sessuale molto vivace, ed
allevano dei cuccioli che allattano teneramente. Si divertono come
pazze coi delfini, e si strafogano di gamberetti. Nuotano tutto il
giorno e scoprono posti fantastici come la Patagonia, il mar di Barens
o le barriere coralline della Polinesia. Cantano benissimo e registrano
talvolta dei CD. Sono impressionanti e sono amate, difese ed ammirate
da
quasi tutti.
Le sirene non esistono. Ma se esistessero farebbero la fila dagli
psicologi in preda ad un grave problema di sdoppiamento della
personalità (donna o pesce?). Non avrebbero vita sessuale perché
ucciderebbero tutti gli uomini che si avvicinano (e del resto come
farebbero) ? Non potrebbero fare neanche bambini. Sarebbero graziose é
vero, ma solitarie e tristi. E del resto chi vorrebbe vicino una
ragazza che puzza di pesce?

Non ci sono dubbi, io preferisco essere una balena.

P.S. : In quest'epoca in cui i media ci mettono in testa che solo le
magre sono belle, io preferisco mangiare un gelato coi miei bambini,
cenare con un uomo che mi piace, bere un vino rosso coi miei amici. Noi
donne prendiamo peso, perché accumuliamo tante di quella conoscenza,
che nella testa non ci sta più e si distribuisce in tutto il corpo. Noi
non siamo grasse, siamo enormemente colte.

Ogni volta che vedo il mio sedere in uno specchio penso 'Mio Dio,
come sono intelligente !'.


 
Dedicato a tutte le donne, con affetto Ameya



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categorie: meditazione, amore per se stessi
giovedì, 05 novembre 2009

E' POCO

 
 
sabbia%20tra%20le%20dita

 
Arriva un momento nella relazione in cui uno dei due partner chiede “di più”. Più presenza, più attenzioni, più tempo, più continuità. L’altro si sente investito da una richiesta più o meno esplicita di quantificare la sua disponibilità, il suo interesse, il suo amore, e tradurlo in quanti minuti, ore, giorni, numero di carezze, di parole dolci, di rapporti sessuali, telefonate, messaggi dedicati al partner. Se questa quantificazione non avviene nei modi e tempi richiesti, il richiedente lamenta trascuratezza, ipotizza disinteresse, si sente abbandonato, non visto, poco apprezzato o scarsamente riconosciuto. Così la relazione viene vissuta con l’ottica del bicchiere mezzo vuoto. “Lui non risponde al mio bisogno di continuità”, “Lui si allontana e ha bisogno di spazi e tempi e io non capisco”, “Se lui non mi cerca e non ci vediamo con regolarità io mi raffreddo”, “Lei è sempre frettolosa, poco calda, non ha mai voglia di fare sesso”, “Lui nei week end preferisce starsene a casa, anche se sa che poi non ci vedremo per quindici giorni”. La domanda allora sorge spontanea: perché lo/la vuoi? Perché se non sono soddisfatti i tuoi bisogni, non interrompi la relazione?
La risposta è sempre la stessa, “Perché mi piace stare con lui/lei, ci sto bene, lo/la amo.” Frasi di questo tipo devono portare a fare una riflessione più profonda. C’è a monte un assunto di base, un’idea, un ideale di relazione che è stereotipata, scontata. La relazione deve essere come voglio e dico io, secondo un mio modello prestabilito, ereditato, socialmente e culturalmente condiviso. Se così non è, si sprofonda in un abisso di infelicità, di scomodità e lamenti. Questo perché il punto di partenza con cui ci si approccia a una relazione è falsato da una credenza erronea: si suppone che l’altro debba soddisfare un bisogno primario, che in realtà è una funzione svolta dai genitori. Chiedere genitorialità al partner porta in partenza a una frustrazione. L’altro si sentirà investito di un ruolo in cui si sente prosciugare, non adeguato, e avvertirà la stessa scomodità che non lo porterà a dare più disponibilità, ma creerà fuga, ritiro emotivo, distanza evitante. Andare verso l’altro chiedendo, quantificando, nei casi più disperati, elemosinando non avvicinerà il partner. Ogni relazione è sì costantemente negoziata, discussa, contestata, ma nei limiti di una reciprocità. Chiedere tempo condiviso quando l’altro vuole spazio per sé, crea conflitto, non vicinanza. C’è uno spazio dove è possibile giostrare la relazione, ma non nella quantità. Di fronte a un atteggiamento ritroso di uno dei due, l’altro può solo prenderne atto e tornare a se stesso. Invece di accusare, riflettere. Assecondare i tempi lascia l’altro in uno spazio di libertà che, nell’ambito di una relazione amorosa vera, porta gratitudine, non spaventa, e crea un buffer, cioè una zona di tamponamento emotivo che permette di mantenere una distanza ottimale. Molte persone sono spaventate dalle relazioni. La paura di annullarsi, di perdere se stessi pur amando l’altro, porta a un comportamento evitante che spesso non viene compreso dall’altro, che lo legge come rifiuto. In realtà chi si allontana non lo fa ‘contro’ l’altro, lo fa perché non riesce a mantenere costante la fusionalità. Se il partner riesce a vivere con autonomia i momenti di distacco, allora il ricongiungimento sarà piacevole, nutriente e la coppia può funzionare, nell’accoglienza dell’altro per quello che è. Se uno dei due si aggrappa, mentre l’altro si allontana, la coppia vivrà un conflitto doloroso e irrisolvibile. Se invece si è in grado di apprezzare quanto viene scambiato per quello che è, senza calcoli, ci potrà essere una nuova configurazione relazionale basata sulla libertà. La mente umana tuttavia ama avere certezze, previsioni, garanzie. Nel rapporto di coppia la provvisorietà è sempre sottintesa, ma è spesso dimenticata. Si vuole la garanzia che l’altro ci sarà sempre, con le modalità e le quantità da noi richieste. In realtà spesso chi dice “è poco”, per primo non riconosce l’altro e quanto egli, nei modi e tempi, dà di se stesso. Spesso chi si deve allontanare vive con intensità il rapporto, e tale intensità lo spaventa, per una acerba capacità relazionale, che tuttavia non si può forzare o pretendere, e che ha origini lontane, quanto il bisogno del richiedente. Fare un passo indietro e osservarsi è utile. Riflettere sul fatto che non esiste un modello unico di relazione, quello della relazione perfetta a ideale, riuscire a vedere il buono che c’è, saper cogliere ogni istante come uno dono porta a un rilassamento interiore che permette di crescere. Altrimenti, piuttosto che cadere nella trappola di voler l’altro diverso da come è, e dal volerlo cambiare, occorre avere il coraggio di interrompere la relazione. Grati, in ogni caso, per quanto si è appreso.

Tenete le mani aperte, tutta la sabbia del deserto passerà nelle vostre mani. Chiudete le mani, non otterrete che qualche granello di sabbia. (Dogen, maestro Zen)


Ameya G. Canovi
postato da: ameya alle ore 11:25 | link | commenti (60) / commenti (60) (pop-up)
categorie: zen , problemi nella relazione
mercoledì, 04 novembre 2009

CONCORSO LETTERARIO SUI DISTURBI ALIMENTARI



Ricevo e pubblico volentieri. Se credete, inoltrate e diffondete. 
                                                                                                                Ameya



Ciao Ameya,
sono Angela Sarracino, la presidente della società italiana di psicosessuologia e criminologia, nonché psicologa.
Cercavo articoli sulla dipendenza affettiva e sono arrivata sul tuo sito. Ho letto gli interventi sui disturbi alimentari e mi sono detta: perché non contattarla?
 
La Sipsec ha organizzato un concorso letterario sui disturbi alimentari. Con esso
si propone di sensibilizzare le persone (soprattutto i giovani) verso la tematica dei disturbi alimentari (anoressia e bulimia) in particolar modo attraverso le storie e le riflessioni di chi ha vissuto questi disturbi in prima persona o attraverso un suo familiare. L’idea di fondo è che chi ha sperimentato la gravità di queste patologie può con maggior enfasi attirare l’attenzione degli altri e far leva sul suo vissuto per incoraggiare chi ne soffre ad uscire dalla sua solitudine, a prendere consapevolezza del suo stato ed a chiedere aiuto ad uno specialista del settore.
 

A tal fine il concorso si concluderà con un seminario sui disturbi alimentari che vedrà la partecipazione di psicologi, nutrizionisti, insegnanti. In particolare durante la serata si procederà anche alla premiazione dei primi classificati delle due sezioni del concorso, alla consegna degli attestati di partecipazione e si darà lettura dei racconti che la giuria riterrà di maggior valore ed originalità.
 
La scadenza è prevista per il 1° dicembre 2009.
Ti invio il bando di partecipazione, con la speranza che tu voglia in qualche modo pubblicizzarlo, anche sul tuo sito.
Ti ringrazio.
 
Cordialmente Angela

per avere il bando angela.sarracino@sipsec.it
 
postato da: ameya alle ore 14:35 | link | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categorie: dca disturbi alimentari, comunicazioni ai lettori
martedì, 27 ottobre 2009

BULIMIA: LA PERDITA DEL CONTROLLO

 



vomito"Troppe volte ho perso il controllo.

Troppe volte ho nascosto il mio disagio dietro sorrisi e sguardi dolci.

Troppe volte mi sono detta "Da domani basta", per poi ritrovarmi sul pavimento, ad ingurgitare cibo.

 Bulimia, la chiamano.
Ma io non sono stata sempre così. Una volta ero una piccola farfalla di 47 chili, ma poi qualcosa mi ha impedito di volare e mi ha ridotta ad un ammasso di lardo.

Voglio cambiare le cose; una volta per tutte. E per farlo, ho bisogno del mio blog, ho bisogno di sapere che i vostri occhi scorrono veloci su queste poche righe. Perchè da sola non ce la faccio. Questa è la mia storia.

O meglio, una piccola parte della mia storia.
Voglio tornare a vivere, voglio uscire di casa senza vergognarmi del mio corpo e di quei 56 chili che porto addosso.

So che ce la devo fare; per me stessa. Perchè così come sono non riesco ad essere felice."


dal blog di Angela

 

"Tesoro... io prendo esempio da te per non scendere troppo con il peso ... tu prendi esempio da me per mai vomitare... ok? Davvero sono molto sensibile quando leggo simili cose... mi vengono i brividi e vorrei solo urlarti addosso quanto il vomito ti rovina la vita... schifo schifo e solo schifo. Mi sono ritrovata a vomitare in mano in un bosco nascosta senza potermi pulire, o nel lavandino dell’ ufficio che poi ho completamente otturato e ho dovuto chiamare un idraulico, o nei bagni più luridi del mondo... Addirittura mi sono messa a mangiare in un bagno minuscolo ed era un miscuglio tra il vomitare e il mangiare... e ho vomitato anche nella vasca da bagno, dietro casa di mia mamma, in una spiaggia ad una grigliata, nei cessi dei ristoranti, amici, parenti... e anche nei bagni "pubblici" in cui c'e ne sono tipo 5 tutti attaccati separati solo da una porta (stile autogrill) in cui tutti potevano sentire....

Perché il vomito ti rende succube del cibo. Continui a mangiare e mangiare e non finisci mai... perché tanto poi vomiti e puoi ricominciare a farlo.... fino a quando ti ritroverai ad estraniarti dal mondo intero e a raccontare ogni genere di bugia alle persone che più ami solo per tenertele lontane e lasciarti da sola nel tuo mondo fatto di cibo e cesso.
e tutto questo ha un inizio ... lo stesso inizio che ho avuto io sono stati i tuoi pensieri.... che sarà mai una volta...
oppure "vabbè proviamo... lei si abbuffa sempre e non ingrassa mai perché vomita.. significa che allora qualcosa fa..."  
 

non farlo... non farlo mai... non pensarci nemmeno..."
                                                                                                 

dal blog di F.


Poche parole lasciate su uno dei tanti blog che si possono trovare in rete tracciano il profilo di una malattia che devasta la psiche delle giovani donne che la vivono. Bulimia, una fame da bue, non è altro che il rovescio della medaglia dell’Anoressia. Con analogie e differenze. Se l’anoressica agisce un controllo estremo su di sé e sul mondo, rifiutando e nascondendo il suo bisogno di amore nel digiuno, la bulimica perde il controllo, e si inabissa negli inferi a caduta libera. Spesso le due fasi del disturbo alimentare si alternano, sconfinano una nell’altra. Il minimo comune multiplo è il dolore.
postato da: ameya alle ore 14:28 | link | commenti (35) / commenti (35) (pop-up)
categorie: bulimia, dca , pro-ana, pro-mia, iperfagia, dipendenza da cibo, dca disturbi alimentari
martedì, 20 ottobre 2009

ANORESSIA: DIPENDENZA DAL PERDERE PESO


bilancia

Una dipendenza, un’ossessione. La perdita di peso diventa la ragione di vita. Più che “essere” magra la giovane anoressica ha in mente un percorso, un viaggio agli inferi: quello della lotta al cibarsi, della rinuncia alla vita.
 
Come il più consumato degli alcolisti, l’anoressica è tossica, la sua dose è il contenimento delle calorie. Non esiste altro pensiero se non quello del cibo negato, la scarica di adrenalina è pari a quella del giocatore d’azzardo quando sulla bilancia l’ago scende. Un fremito di trionfo, l’ossessione si placa per un breve momento. Poi il tormento riprende. Di più. Si deve alzare il tiro, cioè calare di nuovo le calorie. Far scendere il peso. Si innesca un rituale morboso, maniacale con numeri, calcoli, bilancia. Il resto del mondo sbiadisce, tutto ruota attorno al supporto della propria ossessione: farcela.
 
La ragione di vita dell’anoressica è sconfiggere il bisogno di cibo. Nell’illusione di poter rinunciare al nutrimento, vi è simbolicamente la rinuncia alla madre.
 
Non importa se il corpo si riempie di peluria, meglio se il ciclo mestruale scompare, una noia in meno. Non importa il colorito giallastro dovuto al mancato assorbimento della vitamina D, non importa la mancanza di vitalità, il corpo repellente ossuto e cachettico viene sempre percepito come "troppo".
 
L’anoressica non vuole avere un bel corpo, attraente e sensuale, ma vuole scomparire, vuole una perfezione illusoria.

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categorie: anoressia, dca , pro-ana, dipendenza da cibo, dca disturbi alimentari

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